Ed eccoci qui, nel 2026.
Un altro anno se n’è andato, portando con sé luci, ombre e scatti che avrei voluto fossero di più. La fotografia, nella mia vita, ha provato a prendere il comando, ma non sempre ci è riuscita come speravo. Pazienza: è una compagna esigente, ma fedele.
Tra i buoni propositi di questo nuovo anno ce n’è uno che mi sta particolarmente a cuore: uscire di più con la fotocamera in mano. Non sempre è facile, lo so – la vita corre, gli impegni si accavallano – ma ci provo lo stesso, con quella ostinazione quieta che nasce dalla passione.
Si dice che chi scatta a Capodanno scatti tutto l’anno. Sarò scaramantico, ma ho voluto prendere alla lettera questa saggezza popolare. Così, nel primo giorno del 2026, mi sono concesso un lusso che non mi regalavo da tempo immemore: uscire senza meta precisa, solo con la macchina fotografica, lasciandomi guidare dalla luce e da ciò che il mondo mi metteva davanti.
L’inverno quest’anno è particolarmente rigido, di quelli che ti entrano nelle ossa. Eppure, proprio il gelo sa essere generoso con chi sa guardare. Durante la notte, l’umidità si trasforma in cristalli sottili che rivestono foglie, rami, pietre. Al mattino, quando il sole pallido e basso sfiora quelle superfici, nascono giochi di luce iridescenti: bagliori freddi, riflessi che danzano come piccoli diamanti dimenticati sul terreno. Forme bizzarre, delicate, effimere – un abbraccio gelido che rende tutto più nitido, più vero.
In quei momenti, mi sono perso. Non in senso negativo, anzi: perdere la cognizione del tempo è un privilegio raro. Rallentare il passo, respirare l’aria tagliente che punge le guance, sentire il freddo che avvolge il corpo come una coperta pesante ma rassicurante. Lì, da solo con me stesso, l’occhio comincia a cercare: linee, geometrie, contrasti. La fantasia si accende piano, senza fretta. È un dialogo silenzioso con il mondo – un momento in cui ti senti vivo, connesso, quasi abbracciato dalla natura nella sua versione più intima e severa.
Questo vagabondare senza piani prestabiliti è anche una palestra preziosa per il fotografo che è in me. Ti permette di sperimentare, di sbagliare, di giocare con la luce senza l’ansia del risultato perfetto. Non serve avere tutto programmato: basta assecondare l’istinto, lasciare che l’obiettivo catturi ciò che il cuore vede per primo.
Magari questi scatti non saranno capolavori di fotografia naturalistica. Non ambiscono a premi o copertine. Eppure hanno un’anima loro, profonda e sincera. C’è il contrasto tra le ombre fredde e il sole timido dell’inverno, il duello tra il calore della luce e il gelo che stringe tutto. E poi, sorpresa: anche nel cuore del freddo c’è vita. Una vita diversa, lenta, resistente. Foglie d’edera che sfidano il ghiaccio con ostinata tenerezza, fiori secchi che conservano una grazia fragile contro il vento, cristalli che brillano come promesse di primavera lontana.
In questa calma apparente, la natura crea piccoli miracoli quotidiani – dettagli che si rivelano solo a chi sa fermarsi, chinarsi, aspettare. È un ritmo lontano dalla nostra frenesia umana: quieto, paziente, profondamente romantico nella sua essenzialità.F
Fotografare in queste condizioni, con questa luce e questo stato d’animo, diventa terapeutico.
Ti ricentra, ti fa respirare più a fondo, ti ricorda che la bellezza spesso si nasconde nei momenti più semplici e severi. Il freddo non è nemico: è un alleato che ti obbliga a sentire, a guardare davvero.
E così, mentre il 2026 si apre davanti a noi, mi riprometto di continuare a cercare questi istanti. Perché in fondo, fotografare non è solo catturare immagini: è imparare a innamorarsi, ancora una volta, della vita che resiste – e che, silenziosa, ci abbraccia.
















